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Artemisia Gentileschi era una pittora, la migliore anche tra tanti pittori del suo tempo, ma per vedere gratificato il suo ingegno dovette lottare e non poco.
Nadia Verdile in “Artemisia” (per la collana “Italiane” di Maria Pacini Fazzi editore) restituisce una figura a tutto tondo di donna e per questo discriminata, di vittima di una violenza aggravata da promesse vane, di figlia in qualche maniera sfruttata dal padre, anch’egli pittore, ma soprattutto restituisce la forza di una donna capace di vivere il suo tempo all’insegna di una forte capacità di autonomia. Lo studio di Nadia Verdile basato su approfondite ricerche fa seguire la sua vicenda da neonata, figlia di una donna che l’amò molto ma che venne presto a mancare, Artemisia fu così l’unica donna, per quanto ancora ragazzina, di una famiglia di maschi.
Educata dal padre alla pittura dovette affrontare, lei che aveva subito violenza, un processo e tante torture ma che fece condannare chi le aveva usato violenza.
Fu costretta ad andare via da Roma, dove ormai non aveva più reputazione, al seguito di un matrimonio impostole dal padre.
Fu proprio a Firenze che affinò il suo estro artistico entrando in contatto con i più grandi del tempo tra i quali Galilei.
La narrazione ce la racconta poi ancora a Roma, a Venezia e a Napoli mentre da sola cresce due figlie, Prudenza e Palmira, e le se quotazioni artistiche salgono sempre di più.
Una donna che “si è fatta da sola” che ha lottato contro il patriarcato imperante e contro il maschilismo violento, che ha ottenuto a costo di immensi sacrifici quel che aveva desiderato e che finirà per morire a Napoli dove venne seppellita col solo nome di Artemisia. Bastava, infatti, il solo nome per essere ricordata anche dai posteri senza bisogno del cognome del padre o del marito.
Intensa e passionale la narrazione che palesemente è dalla parte di Artemisia, come potrebbe essere altrimenti, per una donna che non si è mai fatta piegare dalle rigide regole patriarcali e ha sempre al contempo rivendicato la sua femminilità.
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