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"La stranezza" Pirandello secondo Andò
     
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lun 07-11-2022 08:12, n.13956 - letto 672 volte

"La stranezza" Pirandello secondo Andò

Per la rubrica "Ti cosiglio un film" a cura di Maria Pia Ciani

di Maria Pia Ciani


Che cos’è la stranezza? E’ paura? Tormento? Mancanza di idee?
Viene descritta come una sensazione di tristezza tale da rabbuiare chi la prova. Ma quel turbamento passa quando trova confronto appoggiando la testa sul ventre di chi sa prendersene cura.
Chi ha pensato, vista la presenza di Salvo Ficarra e Valentino Picone, di vedere un film comico ne resterà delus* , certo non mancano battute sagaci e simpatiche, alle volte si sorride ma per lo più si è concentrat* a seguire gli eventi per provare a discernere la realtà dalla finzione.
La somiglianza di Tony Servillo al Maestro Pirandello è impressionante, sin dalla prima scena.
Credo, con ampia condivisione, che nessun altro attore italiano sarebbe stato più indicato per questo ruolo.
Così come Roberto Andò scommette, e fa benissimo a farlo, sui ruoli semicomici di Ficarra e Picone (per la prima volta sullo schermo non interpretano se stessi) ai quali ha offerto la più importante occasione che possa essere data ad un attore: quella di affrancarsi da ruoli stereotipati per sperimentare altri personaggi.
In un’atmosfera che mi ha ricordato Magnifica Presenza di Ferzan Ozpetek, la pellicola effetto seppia trasporta il pubblico a Girgenti negli anni ’20 del secolo scorso.
Il funerale di Mariastella, la balia del Maestro, diventa un evento dove, come spesso capita, il tragico ed il comico si incontrano, si intrecciano fino a confondersi, la realtà è talmente surreale da sembrare finzione.
Onofrio Principato, eredita la ditta di pompe funebri del suocero, ma agli occhi della moglie non gode della stessa stima di suo padre.
Onofrio condivide il lavoro di becchino con Sebastiano Vella, simpatico ed impertinente, guarda a vista sua sorella Santina nei confronti della quale nutre una morbosa gelosia.
Ad unirli anche la passione per il teatro; Onofrio vorrebbe essere un drammaturgo e intento si diletta a scrivere semplici testi teatrali, Sebastiano recita con la compagnia amatoriale del paese alle prese con le prove dell’ultima opera di Onofrio: un dramma.
Sarà quello che accade durante la prima del loro spettacolo che metterà fine alla Stranezza, quando la finzione stuzzicherà la realtà, quando dalla commedia si originerà il dramma, Pirandello darà forma alle sue visioni, ai personaggi che da tempo gli “chiedevano udienza”.
Il Maestro dopo quello spettacolo sarà di nuovo in grado di ascoltare la voce dei suoi personaggi, i loro dubbi, i loro tormenti, la necessità di essere messi in scena per poter finalmente esistere, per restare poi eterni.
In quei teatri, quello di provincia, un piccolo teatro parrocchiale e quello romano decisamente più autorevole, su quei palchi, si rintraccia il vero protagonista del film: il Teatro.
Roberto Andò ha realizzato un bellissimo tributo a due grandi intelligenze siciliane: Luigi Pirandello e Giovanni Verga.
Ha omaggiato la bellezza barocca della Sicilia.
Ha previsto molti primi piani e poche battute per Tony Servillo amplificandone la grandezza.
Ha valorizzato i talenti di Valentino Picone e Salvo Ficarra affidando loro ruoli di coprotagonisti, presenti in quasi tutte le scene e con moltissime battute.
Ha fatto ruotare intorno ai tre protagonisti tante attrici e tanti attori molt* dei quali provenienti dal mondo del teatro.
Breve ma intenso il dialogo tra Verga e Pirandello.
Struggente la donna seduta su una sedia in un giardino completamente nuda che impazzita sembra volteggiare in una danza disperata mentre suo marito, il Maestro, vestito di bianco prova a fermarla proteggendola dal freddo e da se stessa con una coperta bianca. Ritroverà la calma in un grande letto, avvolta in lenzuola bianche.
Sono bellissime le musiche.
Roberto Andò contribuisce a rendere grande il cinema italiano, contribuisce con Martone, Archibugi, i  Mainetti Bros, Amelio, Carrisi, Placido, Crialese, per citarne alcuni presenti adesso nelle sale, a dichiarare l’ottimo stato di salute di cui gode il nostro cinema contemporaneo.

 
 


 

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